“Io l’unica cosa che posso dirvi, ragazzi, è raccontarvi come facevo io. Come ero io.

E io ero affamata e folle. Non facevo che questo. Fotografavo tutto il giorno. Era diventata una pazzia. Non avevo un soldo perché all’inizio non mi pagavano. Avevo il frigorifero sempre vuoto. Ma uscivo sempre con attaccata a me la mia macchina fotografica.

Ecco tutto.”

7 Settembre.

Annie Leibovitz arriva. Oggi abbiamo un incontro con lei che ci introdurrà alla sua mostra Women: new portraitsEsposizione organizzata da UBS alla Fabbrica Orobia, Milano, aperta al pubblico dal 9 settembre al 2 ottobre. Ci sono molti studenti di fotografia provenienti da diverse università. Io sono qui in veste di educatrice museale, con il mio capo e le mie colleghe. È il suo momento di parlare.

Annie Leibovitz è vestita di una presenza molto forte. Camicia e pantaloni neri. I capelli sciolti e liberi. I piedi saldi a terra. Cammina con decisione e il suo modo di porsi non si appoggia ad ornamenti inutili. La voce contrasta con il suo portamento. È dolce, delicata. Tranquilla. Ma comunque densa di potenza.

Annie Leibovitz (Waterbury, 2 ottobre 1949), nella sua storia di fotografa, ha trasformato totalmente l’immagine, l’iconografia, la rappresentazione femminile. Ha vissuto come donna libera, contro corrente, ma senza fare rumore. Senza usare il suo amore, la sua vita privata, le sue scelte come bandiera di un movimento, di un pensiero, di una ideologia. Anzi. Ha cercato fin quando ha voluto, di tenere il più possibile la sua vita per sé.

Ha vissuto per sé. Con libertà e autodeterminazione.

Ha iniziato a lavorare giovanissima per il Rolling Stones negli anni Settanta, anni in cui il giornale era solo all’inizio della sua attività, da questo il suo racconto di una gavetta dura, precaria e senza fondi.

“La prima cosa che dovete chiedervi è cosa volete fotografare. Io in questo ho sbagliato. Io fotografavo tutto. Invece bisogna fare prima questo passo: decidere dove andare, di cosa parlare, cosa raccontare.
Susan Sontag mi propose questo lavoro sulle donne. Un tema amplissimo. Ma ci lavorammo.”

Così è impostata la mostra: intorno a noi due schermi sconfinati passano in sequenza le fotografie raccolte nel libro Women del 1999, progetto creato con Susan Sontag, scrittrice e intellettuale americana.  Su una parete, invece, si posano le sue nuove fotografie. E anche i suoi primi, primissimi sguardi sul mondo, in ordine cronologico. Nella parte finale della parete, gli scatti che fanno parte del nuovo progetto,Women: new portraits.E ci lavora ancora adesso. Annie Leibovitz ha deciso, in realtà, nel tempo, cosa fotografare: le donne. Anche l’anno scorso è stata chiamata per realizzare il Calendario Pirelli,dove ha raccontato la figura femminile contemporanea a suo modo: forte, deciso, nuovo, sincero, potente, immediato, scarno. Si è distaccata dalla patina sexy della storia Pirelli, per raccontare una donna nuova. La donna che lavora, che sa imporsi, che vince razzismo, pregiudizi, culture e tradizioni.

“Non sono una brava regista. La persona che ritraggo deve sapersi porre da sé.
Deve avere una forte personalità sui cui appoggiarsi.”

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A. Leibovitz, Cindy Sherman, artista, New York City, 2012.

Il lavoro sulle donne è un lavoro, quindi, costantemente in divenire. Un tema vastissimo che lei affronta sempre con uno stile riconoscibile ed energico. Come la sua camminata, come il suo modo di parlare. Così diretti, sinceri. Onesti e concreti.

“Nella fotografia che ho scattato a Cindy Sherman mi interessava una cosa sola: il muro dietro di lei. Quel muro che la raccontava. Tutti quei dettagli che esponevano la sua attività.”

Cindy Sherman non guarda nemmeno la camera di fronte a lei. Un flash la colpisce e sembra essere pronta a uscire dalla cornice. Come se lei in realtà fosse poco importante. A fuoco, chiarissimo, quel muro. Con tutti gli oggetti che fanno parte di lei. Fotocamere, cavalletti, libri. Il telo di un set, luci. Sgabelli. Fogli. Lei, Cindy Sherman, la donna performer che ha impersonato nei suoi scatti (anche lei fotografa) mille donne, qui, a parlare di sé, non riesce. Se ne va, con uno sguardo sfuggente. Annie Leibovitz tratteggia prepotentemente il lavoro delle donne. Questo è il suo punto centrale. Oltre i tecnicismi. Oltre luci e ombre, patina o imperfezioni, formati o luci. In tutte le sue nuove fotografie Annie Leibovitz pone sullo stesso piano la donna e il luogo in cui la ritrae. Il luogo che rappresenta, che racconta qualcosa in più del soggetto ritratto. E talvolta è vuoto, a sottolineare il movimento della protagonista ritratta. Una ballerina, una scrittrice, una senatrice, una filantropa. Una donna e, intorno a lei, luoghi e oggetti. A descriverla, rappresentarla e a onorare la sua attività quotidiana.

A. Leibovitz, Adele, cantante, cantautrice, Londra, 2015.

A. Leibovitz, Adele, cantante, cantautrice, Londra, 2015.

E lascia parlare la sua vita, il suo lavoro, alle sue spalle.

E c’è una fotografia che mi ha colpito, in pARTicolare. Lo scatto dedicato nel 2015 ad Adele. La sensazione che ho provato, in maniera istintiva, era quasi di fastidio. Di qualcosa che non tornava. Di forme e racconto contrastanti e di marchingegno inceppato. L’ho osservata per molto tempo, senza trovare una soluzione immediata al mio dilemma.  Soluzione che è arrivata ore dopo, come una rivelazione. Annie Leibovitz, fa parlare la sua vita, il suo lavoro, alle sue spalle.

Osserviamo l’immagine.

Caravaggio, Maddalena Penitente, 1606.

Caravaggio, Maddalena Penitente, 1606.

Adele è ritratta seduta di fronte al suo pianoforte. Intorno a lei un’ambientazione che rimanda ai dipinti seicenteschi di Jan Vermeer. Una finestra da cui proviene la luce. Muri antichi, quasi decadenti e liberty. Un paravento rosso scuro alle sue spalle. Lei è vestita di nero, il capo reclinato indietro come in un momento di estasi. La mano sinistra distesa sul pianoforte come ad abbracciarlo, la mano destra leggera, sui tasti.

Eccolo, il pARTicolare.

Iconograficamente, il volto di Adele rimanda alle Estasi Seicentesche. Alle Maddalene e Sante Teresa in estasi. Alle Danaepossedute da Giove. Alle Cleopatre morenti. Morte e sensualità, penitenza e redenzione, dolore e rinascita. Tutto questo espresso in quel capo reclinato, nelle estasi spirituali e carnali dell’epoca Barocca.

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G. L. Bernini, Estasi di Santa Teresa, 1647 – 1652.

È qui, il marchingegno inceppato.

Adele ha un volto che rimanda alle estasi pittoriche di donne che hanno vissuto un’estasi fisica o spirituale. Qui Adele l’estasi la vive lavorando. Creando. Producendo. Suonando. Scrivendo musica.

Un’estasi contemporanea.

Una donna che crea, che non subisce nessuno sguardo voyeristico, nessun dardo d’amore di Dio, nessun piacere sensuale giustificato dall’estasi spirituale. Nessun piacere subito per una violenza di una divinità sotto forma di pioggia d’oro.

Adele è in estasi perché è una donna che lavora. È in estasi con la sua musica. Con la sua passione quotidiana. È in estasi perché è una donna attiva. Viva. E non sottomessa.

Questa è Adele ritratta da Annie Leibovitz.

La conferenza è finita. Annie saluta. Sempre con quel passo forte, deciso. Niente fronzoli inutili o sorrisi forzati. La posizione eretta, le braccia forti, lo sguardo fiero ma sfumato di una lontana dolcezza.

Rimaniamo solo noi.

Le sue fotografie.

E quel ricordo di sogno.

Di una donna che ha amato, vissuto, affrontato la vita con uno sguardo intenso e sincero.

Sguardo deciso a guardare oltre. A volersi dedicare talvolta a un muro.

Ciò che per gli altri è un secondo piano, per lei è la scena principale.

Il volto segreto e onesto su cui posare occhi, domande e concessi desideri.

Scritto per MIfacciodiCultura – Artspecialday.com

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