Che cosa unisce Honoré de Balzac e la potente Estasi di Santa Teresa d’Avila del Bernini? Un dettaglio umano, vero e reale. Un dettaglio che innalza l’amore celeste alla terrestre umanità.

Porbus e Poussin si ritrovano davanti all’opera del pittore Frenhofer. Ne Il Capolavoro Sconosciuto di Honoré de Balzac (1831), i due pittori non capiscono il potere dell’opera del grande maestro. Fino al momento in cui riconoscono un dettaglio:

“Avvicinandosi scorsero in un angolo della tela la punta di un piede nudo che fuoriusciva da quel caos di colori, di toni, di sfumature indecise,
di tutto una specie di nebbia informe:
ma era un piede delizioso, un piede vivo! […] Quel piede appariva come il busto di una Venere di marmo di Paros che sorgesse tra le rovine di una città incendiata.”

H. De Balzac

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G. L. Bernini, L’estasi di Santa Teresa, 1647 – 1652, Roma, Chiesa di Santa Maria della Vittoria.

L’amore colpisce. Con un sorriso un po’ furbo, orgoglioso, ma delicato. Quando il dardo dell’amore parte, tutto è imprevedibile.
L’angelo è pronto, con quel dardo, a far partire l’orchestra. Un due e tre. Tre tempi.
Un valzer.
E lo spettacolo ha inizio.

La pietra si graffia di venature, incastri, e chiari, e scuri. Ombre e luci. Fino a trasformarsi in una nuvola. Galleggiante. I pensieri volano, la mente vaga nel cielo. Le nuvole innalzano anima e corpo. Come una grande mano accolgono e cullano quella donna desiderosa. La abbracciano. La elevano. Un vestito non è più un semplice vestito. Diventa aria, vento. Diventa panneggio intarsiato, svelato. Toccato, sconvolto e disordinato. Piega per piega, accarezza il corpo come una mano innamorata: con pudore e passione.
Le mani si abbandonano. Rassegnate. Sconvolta dal potere di quella luce, di quel dolore che a momenti è gioia, estasi, spirito, verità, possibilità. Carezza. E nel volto della santa avviene la metamorfosi. Non si è più donne. Si è angeli estasiati. Si diventa angeli di passione. La bocca semiaperta che attesta il piacere. Gli occhi socchiusi che vogliono viversi quell’incanto. Sognando. La testa reclinata all’indietro, come simbolo di fiducia, di abbandono totale.

L’angelo sorride. Di un sorriso orgoglioso. Accogliere l’amore di Dio è ancora più complesso. Ci vuole coraggio. La sua mano, come una danza, prende un lembo del suo panneggio. Pronto a svelarla. A spogliarla di ogni paura, gabbia, compromesso, ritrosia. Perché donandosi, non si accettano compromessi. Donarsi a Dio ancora meno.

Eppure qualcosa di stupefacente c’è. In questo turbinio di luce, sconvolgimento, estasi, incendio, svenimento, perdita di senso e realtà…

Un piede, dettaglio immenso, cerca la terra. Con il suo tallone vuol far perno su quella nuvola galleggiante. Cerca un appiglio. Vuole alzare il resto del corpo. Vuole portare la sua donna ancora più in alto. Non è abbandonato. Non è incosciente.

 “[…] un piede nudo che fuoriusciva da quel caos di colori, di toni, di sfumature indecise, di tutto una specie di nebbia informe: ma era un piede delizioso, un piede vivo!” –  H. De Balzac

Quel piede è vivo. Vivo in quel turbinio barocco di colori immaginati e selvaggi. Quel piede crea un legame umano con una realtà altra. Vuole muoversi. Vuole scalciare. Vuole partecipare a quell’amore, non solo subirlo. Quel piede spinge quella donna a partecipare all’amore. “Voglio spogliarmi io, voglio essere luce con te e per te. Non voglio subire la tua luce. Voglio correre e danzare. Questo valzer. Con te.”

Che sia Dio, che sia un’amante, quel piede perfetto, teso, dinamico, ci invita a un amore reale e creativo. Un amore immenso perché compreso e ricambiato.

A un amore incarnato nell’umanità.

Scritto per MIfacciodiCultura – Artspecialday.com

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