Il film di Baz Luhrmann Il Grande Gatsby (2013) ci ricorda la storia di Gatsby, il suo sogno e la forza necessaria per poterlo realizzare. Oggi compie gli anni Leonardo DiCaprio (11 novembre 1974, Hollywood, Los Angeles), interprete speciale del personaggio ideato da F. S. Fitzgerald (1922). Il mio pARTicolare ad omaggiarlo. 

And life is like a pipe
And I’m a tiny penny  rolling up the walls inside.

Amy Winehouse, Back to Black

Dicono che sia un film romantico, Il Grande Gatsby. Credo in realtà sia molto di più.

Mi ricordo ancora quando andai al cinema per scoprire questo film. Andai con un pensiero vago ma emotivamente forte del romanzo di Fitzgerald. Mi ricordavo alcune pitture immaginate dalla mia mente… L’America degli anni Venti, il Charleston, le feste, la follia. Il peso della storia, il proibizionismo, New York, l’amore.

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Baz Luhrmann, Il Grande Gatsby, 2013.

Ma più di tutto era forte, e lo è ancora, la sensazione lasciatami dal personaggio Gatsby: un uomo che ricerca un sogno, una speranza. La cui vita deve “puntare sempre in alto”.  Uomo che vive, crea per anni la sua persona solo per poter conquistare la donna da lui amata. Il self-made man americano, che si costruisce un’identità sociale per la più nobile delle cause: l’amore. Un uomo freddo, distante. Ma umano nelle sue fragilità. vi è inoltre quella idea eccitante della conquista che si ritrova in molte canzoni americane, prime fra tutte «New York, New York: se ce la fai a New York, puoi farcela ovunque. Dipende solo da te». Questo cantava con la sua voce calda Frank Sinatra.

Appena uscita dal cinema, ricordo che la sensazione sentita era la stessa.

Alcune delusioni ci furono. I canti e i balletti ricordavano un Moulin Rouge scomparso. Non c’era lo stesso colore e la stessa potenza appassionata. L’idea del personaggio- scrittore (Nick Carraway) in psicanalisi, l’ho trovata forzatamente contemporanea. Un immaginario da fiaba, un castello incantato: contrasto difficile da apprezzare con un racconto così intimamente reale, radicato nella vera storia e cultura americana. Questa atmosfera a volte stonava con la crudezza e la verità dei sentimenti narrati: un melodramma psicologico reso in una fiaba può disorientare. La protagonista Daisy (Carey Mulligan) tratteggiata  in secondo piano, non scavata a livello psicologico, a differenza della Mia Farrow del 1974, caratterizzata e potentissima nelle sue espressioni.

Eppure qualcosa in me, in un pARTicolare istante, è accaduto.
È
 accaduto guardando l’interpretazione eccellente di Leonardo DiCaprio, che ha reso il protagonista, Gatsby, assolutamente non lineare, ricco di mille e scoscese sfumature. Ho amato poi l’atmosfera dei grandi balli ma soprattutto dei momenti chiave, più silenziosi, della narrazione. Il charleston presente in ogni passo di queste donne avvenenti. I costumi. Le riprese scattanti e disorientanti. La musica, la colonna sonora protagonista assoluta, come in ogni film di Baz Luhrmann. Il jazz, il blues, e le evocative inquadrature di un’America nera. Il sax. La tromba. Le citazioni artistiche onnipresenti. I dialoghi: amore, tradimento, sogno, potere, paura del rischio, desiderio, cambiamento, ricchezza, ascesa sociale, povertà, razzismo.

Baz Luhrmann, Il Grande Gatsby, 2013.

Il pensiero dominante è questo: Se nasci povero, e diventi ricco, sei solo un arricchito. Non sarai mai come i veri ricchi.
In quel pARTicolare istante, dicevo, Tom, il marito di Daisy, dice a Gatsby:

È una questione di sangue.

In quel pARTicolare istante, dicevo, Leonardo DiCaprio, il Grande Gatsby, impassibile fino a quel momento, esplode. Qui il volto dell’attore sembra davvero quello di qualcuno che “ha ucciso un uomo“.  E in questo momento si comprende che il suo amore per Daisy è un amore malato, un amore che deve solo dimostrare la sua potenza.

– Devi dirgli che non lo hai mai amato.

– Ora pretendi troppo! Ti amo adesso. Non ti basta? Non posso far niente contro il passato.

Il passato, altro leitmotiv. La possibilità di poterlo ripetere. Di poter  riavere un amore dopo anni, dopo che ci è sfuggito di mano. Il senso di rimpianto e desiderio. Della meta e del viaggio per raggiungerla. E quell’idea di cadere e rialzarsi, quell’idea di corsa senza fine.  Proprio come le parole di Back to Black, canzone di Amy Winehouse, ripresa in una scena del film: «la vita è come una pipa, e io sono un piccolo penny che rotola sulle sue pareti».

Così continuiamo a remare, barche controcorrente, risospinti senza posa nel passato.

Termina così il libro di Fitzgerald. Un finale meraviglioso a cui ha reso omaggio il regista.

Con lo sguardo puntato verso quella luce verde, simbolo di speranza e possibilità.

Scritto per MIfaccioDiCultura – Artspecialday.com

 

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