Henry Clarke nasce nel 1918 a Los Angeles, California. Negli anni ’50 lavora tantissimo per Vogue France. E qui, legandoci al pARTicolare precedente, si ritrova la stessa femminilità elegante di Irving Penn. Però, a detta di Nancy Hall Duncan, senza lo stesso rigore formale. Mi sono rimasti impressi alcuni scatti di Henry Clarke, che sottolineano in maniera inequivocabile il legame tra arte pittorica e fotografia.

L’arte pittorica può entrare nell’arte fotografica e cinematografica in diversi modi: con Tableau Vivants, ovvero riprendendo la scena ritratta dal dipinto nel mondo reale con persone reali; con una ripresa iconografica, ovvero con un soggetto che riprende iconograficamente e formalmente la scena di un dipinto, per legare in un certo senso quella forma, quella grafia, ad una logiaUna iconografia che diventa iconologia. Uno studio del segno che diventa studio del simbolo del segno; e poi c’è un metodo più ornamentale, il più diretto possibile ovvero posizionare il soggetto ritratto vicino ad un’opera d’arte.
Henry Clarke realizza un capolavoro fotografando nel 1955 Dorian Leigh di fronte al alcuni dipinti di Gustave Courbet, maestro francese del realismo ottocentesco.  Mi sono capitate due foto, in particolare. La prima in cui la modella si posiziona sognante di fronte al dipinto di Courbet delle due donne sulla riva della Senna. (Vedi immagine di copertina).

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H. Clarke, Dorian Leigh con abito di Jacques Heim, Vogue France 1955

Ma soprattutto, questo scatto.
Vi è un certo splendore, quando il soggetto si volta, dando le spalle allo spettatore. Vi è un certo movimento, e soprattutto, quella delicata idea di un piacere intimo, di un peccato sorpreso.
Dorian Leigh, elegantissima, con un abito di Jacuqes Heim, viene fotografata alla mostra  al Grand Palays di Parigi dedicata a Gustave Courbet, nel 1955. Il busto in avanti come chinato ad osservare dettagliatamente quel quadro. Ma lei viene chiamata da qualcuno.
Si volta, lei.
Le labbra sospese, lo sguardo quasi  infastidito. Il cappello meraviglioso bianco nuvola, si espande di luce. E sembra ripreso dal piccolo dettaglio del fazzoletto nella sua mano. L’abito si espande  sul fondo.  Panneggio, valli buie di tagli di luce. Ombre e pensieri. Seta luminosa. In fondo, le gambe morbide e seducenti di due donne stese insieme, addormentate. Innamorate, probabilmente. Qualcosa mi dice che il fotografo non ha scelto questo dipinto casualmente. La posa della modella non è casuale. E soprattutto il suo sguardo estasiato, lontano, distante e misterioso, non è casuale.

Eccolo il pARTicolare: l’amore di due donne fa pensare la nostra protagonista, nel suo abito pomposo, nei suoi bottoncini sulla schiena che sembrano voler esplodere. Quel magrissimo corpo costretto. E il contrasto con  i due languidi e morbidi corpi, sullo sfondo, nella nudità e nella libertà della natura. L’opera qui non viene solo osservata. Ma vissuta. E non da noi. Dal soggetto ritratto. Un ritratto nel ritratto. Il contrasto tra naturalismo bucolico e modernismo barocco. Un mistero, quel dipinto sullo sfondo, per i contemporanei di Courbet e anche per noi oggi. Un mistero questo sguardo di donna. In un abito che serra la sua libertà.

I bottoni, in primo piano, a ricordarci il racconto nascosto di un nuovo corpo moderno.

Scritto per MIfacciodiCultura – Artspecialday.com.

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