“Non amo mai affrontare due volte lo stesso problema con la stessa attitudine mentale.”

R. Avedon

Richard Avedon (15 maggio 1923, New York – 4 ottobre 2004, San Antonio, Texas) diventa un importante fotografo di moda negli anni Cinquanta. Aveva solo ventuno anni, e le sue opere erano specchio di eleganza ed esuberanza. La donna di Avedon in questi anni, è semplicemente jolie:

“Lei balla, pattina, cammina tra gli elefanti, canta sotto la pioggia, corre sugli Champs Elisées, sorride bevendo del cognac ad un tavolo di un bar, in altri termini, vive come un altro qualsiasi essere umano.” [Tutte le traduzioni sono mie, da libro di Nancy Hall Duncan Historie de la Photographie de mode, 1978].

La donna di Avedon negli anni Cinquanta è una donna attiva, in movimento. E le sue modelle sono importantissime per rappresentare la sua idea di vitalità femminile.

Sono piene di esuberanza, di non curanza, di gioia di vivere”.

E l’interesse che suscita nello spettatore è un punto fondamentale:

 “ci porta a credere che siamo testimoni di un istante cruciale nella vita emotiva del soggetto.”, come afferma Winthrop Sargeant.

Dagli anni Sessanta le sua fotografie mutano. Oltre a creare una forte sensazione di attesa nello spettatore, Avedon decide di realizzare le foto in uno studio. Crea il nulla dietro il soggetto. La sua idea fondamentale è quella di allontanare la modella dalla vita reale, perché poi lei possa diventare un’altra sé. 

“Isolate dell’ambiente, loro diventano, in un certo senso, simboli di loro stesse”. 

R. Avedon, Penelope Tree dans une robe de Cardin, New York, 1968

Se ci pensiamo, questo avviene anche nella storia dell’arte. Una donna quando viene accolta in un paesaggio, in un luogo, sembra raccontare una storia precisa, sembra rassicurata da un contesto. Senza uno sfondo, emerge la sua anima, la sua essenza scultorea e profonda. Ciò che stupisce in Avedon è che, nonostante questa lontananza da un ambiente caratterizzato, egli riesca a creare una storia. Come se cogliesse l’istante prima di un’azione che sta avvenendo.
Analizziamo uno scatto in particolare. Qui, la sua musa è  Monica Bellucci. Questa opera d’arte esplicita perfettamente il mio sentimento pARTicolare. Sentimento che si ritrova sin dagli anni Sessanta quando ritraeva  le sue modelle Penelope Tree, e l’impareggiabile Donyale Luna: sfondo bianco. La storia era nel loro volto, nelle loro movenze trattenute e pronte ad esplodere. Nelle parole che dal volto di Penelope Tree stanno per arrivare a noi, spettatori incoscienti e curiosi. Nel passo pronto di Donyale, e le sue gambe lunghissime.

R. Avedon, Donyale Luna dans une robe de Paco Rabanne, 1966, New York.

Qui, Monica Bellucci, è una guerriera. Una guerriera in riposo. La sua posa è leggermente spostata verso la sua destra. Un piccolissimo e impercettibile movimento di stanchezza, di esasperazione. Di questione. Monica Bellucci, ci pone una questione. Il suo corpo statuario, il nulla dietro di lei, lei simbolo di se stessa, fuori dalla realtà contingente. Guerriera dalle forme perfette e dagli occhi di porpora.

R. Avedon, Monica Bellucci, 1997.

Questo, è l’istante prima della dichiarazione. Le gambe leggermente aperte, in posa ferma e radicata. Il collo in tensione. Un profumo di sfida.
Monica Bellucci spesso criticata per essere una attrice non capace, dal mio punto di vista è una delle fotomodelle contemporanee più intensa, vera, cosciente di sé. Il suo volto è così carico che non vediamo più neanche il suo corpo. Crea l’attesa della dichiarazione. Crea l’attesa della guerra. In un attimo di riposo. Di respiro. Di impercettibile stanchezza. Di preparazione alla sfida.

Un dialogo silente con lo spettatore, con il fotografo.

Un altrove che ci riguarda e che pone una domanda.

Uno sfondo puro e vuoto da riempire con la nostra verità. Attraverso lo sguardo, indiscusso, della lotta della seduzione.

Scritto per MIfacciodiCultura – Artspecialday.com.

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