Sinfonia in tre tempi. Scatti intensi, una storia immaginata. Nello sguardo deciso della trasformazione.  

Lea T fotografata da Stefano Moro Van Wyk per il New York Times.

Primo tempo.

Una donna si appoggia a un tavolo di ferro, ed è in bilico. Vi è mancanza di equilibrio, la sua forma è geometrica e perfetta. Un corpo rigido, capelli lunghi, lisci e lucenti, stirati, catapultati verso il basso.

Una forza spinge giù quella geometria perfetta.

Un abito bianco e morbido intorno a quel corpo di ferro, rigido e abbandonato. La luce è di fronte a lei e riflette il bianco. Una donna, di profilo. Una composizione squilibrata. Il tutto a destra, il niente a sinistra.

Singhiozzi nello spartito. Una lacrima bianca che scivola su quel tavolo di ferro. Lei, uno sguardo severo di fronte a sé, verso quella luce, a cui vorrebbe avvicinarsi. Scarpe nere. Tacchi alti, altissimi.  Uniche note nere che si rincorrono nella luce. Tasti neri isolati, diesis e bemolli stonati. In un mare di tasti bianchi.

Secondo Tempo.

Primissimo piano. Altro profilo. Il profilo allontana, eppure il volto della donna ora ci è così vicino che ne sentiamo il profumo della pelle. Profilo esotico, azteco. Un naso diritto, due occhi sempre verso quell’orizzonte. Più coscienti e decisi.  Una trasformazione.

Ora, il nero. Neri i capelli, nero il pizzo dell’abito. Capelli che cingono il volto illuminato. La luce ora dietro di lei. Ha superato quel vuoto, si è protesa verso l’orizzonte. Diesis e bemolle intingono la melodia di imperfezioni, di mezzi toni, di stonature legate. I tasti bianchi sono dimenticati. Una composizione squilibrata. Il tutto a sinistra, il niente a destra.

Un cammeo. Ricordo del profilo realizzato da Piero della Francesca di Guido da Montefeltro. Ieraticità e luce, che creano una sensazione di lontananza nella vicinanza. Imperfezione e perfezione si uniscono in un’aurea intoccabile.  Una pelle perfetta. Una maschera svelata. Quello sguardo è lo sguardo della coscienza.

Terzo tempo.

La donna è diventata donna. Dal profilo, ha deciso di voltarsi, e guardarci. È al centro adesso, tutto è concentrato in lei. Niente più schermi di perfezione, niente più vuoti. Gli occhi sono scostanti e doloranti. Il corpo abbandonato in una posizione di accoglienza. I capelli arruffati. Nell’imperfezione, la verità dei sentimenti. Una ripresa frontale. Il profilo ormai è un passato sbiadito.

Occhi scostanti. Neri e sbavati. Scrigno di una verità.

Tasti gialli, quelli disgraziati, quelli toccati dal tempo.

La perfezione del centro, e la bellezza della trasformazione.

Scritto per MIfacciodiCultura – Artspecialday.com.

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