Vi sono racconti, nella fotografia di moda, interessanti e misteriosi allo stesso livello di quelli dell’arte antica, storicizzata e accademica. Racconti che mai penseresti possibili nel fashion system per eccellenza.

Nel 2000, anno di inizio millennio, sono state bannate due campagne pubblicitarie, per due motivi diversi.  La campagna pubblicitaria di Opium di Yves Saint Laurent, in cui una bellissima Sophie Dahl dai capelli rossi mogano e il corpo nudo e bianco, in posa da donna Danae e seducente, spicca su uno sfondo nero. La campagna fu giudicata  “degrading” to women and offensive”, leggendo la BBC news di quegli anni.  Gli anni successivi le pubblicità di Opium sono state sempre tra le mie preferite, come anche la clip della pubblicità, con in sottofondo La Lacrimosa di Mozart, dal suo Requiem. Ancora ricordo sulla Fifth Avenue di New York il cartellone pubblicitario immenso a introdurre verso lo Store di Yves. Una donna rossa corvino in tutto splendore. Vestita, però.

S. Meisel, Four Days in L.A, 2000
S. Meisel, Four Days in L.A, 2000

E poi, dicevo, un’altra campagna pubblicitaria fu bannata. Non perché giudicata oscena, ma perché immediatamente giudicata ARTE. La campagna per Versace del 2000 dal titolo Four Days In L.A. realizzata da Steven Meisel, dopo sei mesi dalla sua uscita, sparì dalle strade e fu rinchiusa in un museo: The White Cube in London. Cosa rappresentava questa campagna? Apparentemente nulla di strano. Un servizio di due modelle, Amber Valletta e Georgina Grenville, abbigliate, truccate come signore adulte. Lontane, in una elegante ambientazione di Las Vegas. Piscina, veranda, interni antichi e ricchi d’oro e lenzuola di seta. Baldacchini. Cagnolini da compagnia. Nessun uomo. Anzi un modello c’era, Babin, femminile nei tratti, ma pochissimi scatti dedicati a lui. E, dettaglio importante, nessuna immagine in cui le donne e l’uomo potessero comunicare. Fotografie di donne, e fotografie da uomo in un’altra parte. Il saggio di Isabelle Loring Wallace che mi ha fatto conoscere questa storia, afferma quanto queste immagini raccontino il tema del “Seamness”, ovvero del’identicità, del clone, del corpo virtuale e futuristico. Della perdita del genere, della perdita della distinzione.

I ruoli, però, ci sono. C’è sempre una donna vestita da uomo, in atteggiamento più maschile. Una più forte e una più remissiva. Ci sono i ruoli, ma non c’è più il gender. Non c’è più il sesso. Ripetizione di oggetti, simmetria perfetta della costruzione scenica, ripetizione di peluche a forma di cane.
Il tutto un po’ inquietante e struggente. La ricchezza porta lontananza, distanza, perfezione malata e sconvolgente.  Assenza di sentimento e pathos. Volti da bambola estetici e tesi. Non vi è anima, solo esteriorità.

S. Meisel, Four Days in L.A, 2000
S. Meisel, Four Days in L.A, 2000

Uno scatto mi ha colpito in modo pARTicolare.

La donna qui è da sola. Non vi è uomo, ma non vi è neanche il suo contraltare femminile. Una stanza meravigliosa e meravigliosamente confusa. Il fondo crea un effetto prospettiva quattrocentesca del Brunelleschi. Quella che si trova a San Satiro a Milano, o nella Trinità del Masaccio in Santa Maria Novella a Firenze. O ancora quella realizzata da Piero dalla Francesca nella Pala di Brera. Quell’illusione di prospettiva che crea il fondo, qui però, ha un contraltare che avvicina.
Uno specchio che crea quell’effetto di cupola anche per terra, linee che ricordano le lance di Paolo Uccello a sperimentare una prospettiva caricata. Un lembo di tappeto si ripete a effetto loop. La confusione contrasta l’idea di organizzazione iniziale della volta a botte, tutto creato dall’effetto di uno specchio e una porta dorata.

Non trovo il contraltare. La donna in questione è seduta convinta, elegante, potente. Lo sguardo diretto alla camera da Famme Fatale, una ripresa dal basso verso l’alto per sottolinearne la forza.
Eppure eccolo, il pARTicolare: sulla sinistra, uno specchio riprende la protagonista. E la posa, al contrario, sembra differente: remissiva, distesa, stanca.

E qui, “l’inferno dell’uguale” (“the Hell of the Same”), si sgretola.
Possiamo clonarci, ma lo sguardo esterno riprenderà sempre le nostre differenze, le nostre debolezze nascoste. Il nostro io che ci completa, perché non siamo mai una cosa sola.
Uno specchio, un vetro riflette una intima verità, che uno sguardo diretto non sempre sa dare.
O sa trovare.

Per Approfondimenti:

  • Wallace I. L., Sex, Sameness and Desire: Thoughts on Versace and The Clone, in E. Shinkle, Fashion as Photograph,2012
  • Meisel S., Aletti V., Four Days in L.A. The Versace Collection, November 2001

Scritto per MIfacciodiCultura – Artspecialday.com. 

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