“…cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese.”

“Mi sono innamorato di te
perché
non avevo niente da fare
il giorno
volevo qualcuno da incontrare
la notte
volevo qualcosa da sognare.”

 

Ispirato a un dialogo immaginario tra Gabriel García Márquez (L’amore ai tempi del Colera, 1985)  e Luigi Tenco (Mi sono innamorato di te, 1966)

 

Accendi il Pc. La tecnologia fa miracoli. Attraverso un video le distanze si rimpiccioliscono, e anche i tempi, dicono. Vedi una persona, un vecchio amore. Perché vecchio? Magari anche giovane, presente, continuo, inalterato, indimenticato.

Il primo attimo è di silenzio.

Ah, la tecnologia. Tramite un video ripercorri un sogno. E la cosa più curiosa è che i tuoi occhi vanno oltre. Non si fermano sui suoi. No. Guarda un po’ l’ironia. Guardano il muro dietro. Un muro bianco. Ma non tutto bianco.

Vedi un’immagine. Una cartolina comprata insieme 12 mesi 20 giorni e poche ore fa. Non le conti le ore, come Gabriel insegna. Al massimo, conti le notti. Quella cartolina ti riporta indietro, ma ti porta anche avanti. Non nel tempo. Nei piani della visione. Ah. La tecnologia.

Allora inizi nuovamente a studiarlo. Gli occhi, la bocca. Le sue collane sono sparite. Chissà come mi vede lui. I capelli rasati. È dimagrito.

“Sei dimagrito”

“La mia dieta. Vegana.”

“Davvero?”

Ride. Ridi. La tecnologia dicono che divida. Non credo sia così. Osservi la sua stanza con parquet, lui fa girare il computer sulla sua testa. I suoi disegni da artista matto che non colora, i suoi tatuaggi.

“Li disegni da solo? Sono permanenti?”

“Sì, da solo. Sì, sono permanenti”.

Domande stupide, l’amore. O l’affetto. Perché le sensazioni sono sconnesse. Anche lui si perde un po’. Alla fine si è sempre gli stessi. No, non è vero. Un anno, 20 giorni e qualche ora in più, adesso. Un’ora in più. Quindi ventuno giorni.

“Devo andare. Devo dormire, domani devo lavorare e scrivere. Sì, credo proprio che dovrò scrivere”.

L’amore è la distanza più breve tra uomo e donna.

Un’ombra. Ecco, la tecnologia non la nasconde, quella. Un’ombra sui suoi occhi caldi, i lineamenti decisi e morbidi, il muro bianco con la cartolina, i disegni segreti che solo a te fa vedere, anche adesso, tramite una videocamera, a distanza di un anno e tutti quei giorni.

Un’ombra sui suoi occhi.

“È stato bello vederti. Ancora. Parleremo, ancora”.

“Certo.”

Ironia, usa un verbo, in quella lingua che non è la nostra, che non è vedere come ritrovarsi. Ma è vedere come ammirare, osservare. Vederti, di nuovo. Ah, la tecnologia.

La chiusura di una chiamata è sempre imbarazzata e triste. Chi chiude prima? Chi spegne il video, prima? Come si fa a spegnere quel video, cavolo. È terribile. Lo si fa con dramma e leggerezza. Lo si fa nello stesso modo in cui si chiude una porta, si sistema una valigia. Si prende un aereo. Si lascia davanti a quella porta una maglietta. In una busta. E scappare, come una ladra.  Così, con dramma e leggerezza.

Si è fatta notte, ormai.

Mi sono innamorato di te
e adesso
non so neppure io cosa fare
il giorno
mi pento d’averti incontrato
la notte
ti vengo a cercare.

 

Scritto per MIfacciodiCultura – Artspecialday.com

 

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