Anni fa un’equipe di ricercatori dell’Università La Sapienza di Roma, coordinata da Fabio Babiloni, ha misurato l’emozione e la relativa attività cerebrale di un gruppo di visitatori durante l’osservazione della scultura del Mosè di Michelangelo Buonarroti. In questa ricerca si è scoperto che, osservando direttamente lo sguardo del Mosè, l’emozione della percezione è molto più forte della visione laterale dello sguardo.  Lo sguardo del ritratto, insomma,  è creazione percettiva e reale di emozioni intense. Ma forse non si sa che l’arte, a volte, è diventata anche scientifica. L’arte spesso studia l’arte stessa, aldilà delle ricerche.

M. Antonioni, Lo sguardo di Michelangelo, 2004
M. Antonioni, Lo sguardo di Michelangelo, 2004

A tutto questo, infatti, ci aveva già pensato un grande Maestro del Cinema Italiano: Michelangelo Antonioni, attualmente celebrato in una mostra a Parigi, a La Cinémathèque Française. L’ultimo  suo cortometraggio, Lo Sguardo di Michelangelo (2004), racconta un incontro tattile e percettivo tra se stesso e l’opera in San Pietro in Vincoli di Michelangelo Buonarroti.

La statua del Mosè viene sezionata, osservata, nutrita. Vissuta. Da ogni punto di vista.

Nutrita dallo stesso sguardo del cineasta, e dello spettatore. Di noi, insomma.

Perché l’arte vive per metà dello sguardo di chi crea la visione, e Michelangelo Buonarroti, come Michelangelo Antonioni, lo sapevano bene.

L’artista crea la sua opera, il suo immaginario prende forma in marmo, in pittura o in un film.

L’idea si concretizza in una visione comune e sociale.

L’idea diventa opera. L’idea diventa tattile e tutte le paure, le tenebre, le gabbie, vengono distrutte dalla realizzazione stessa.

M. Antonioni, Lo sguardo di Michelangelo, 2004
M. Antonioni, Lo sguardo di Michelangelo, 2004

Lo sguardo di Michelangelo Antonioni, verso il capolavoro del Maestro rinascimentale è uno sguardo di amore e possessione. Di ricerca e di domande. Di curiosità e intrighi. La macchina da presa entra nei cunicoli della scultura. Dal braccio del Mosè, guardando davanti a sé. Si intreccia nella lunga barba del protagonista biblico,  su quella perfette dita tese a trattenerla. Si sofferma sui muscoli, sui tendini umani.

Michelangelo guarda Michelangelo.

E si interroga, su quell’occhio, su quello sguardo.

Michelangelo Antonioni, dopo la malattia, qui novantaduenne, non parla. Ma i suoi gesti esprimono tutta la perplessità e le domande che un capolavoro così immenso possono creare. Esprime il suo testamento di amore per l’arte e la ricerca forsennata di verità e intimità

Esprime inoltre la sua innata ricerca di senso, nel silenzio. Il suo temperamento caldo nei dialoghi mancanti. Nei passi nella chiesa. Nella mano che ricerca il contatto con quella materia.

Michelangelo guarda Michelangelo. 

Un titano guarda un altro titano.

Ci si interroga sull’arte, sulla bellezza, sulla vita. Sul silenzio voluto, posseduto, cercato. O imposto, dalla materia, o da una malattia. Su quel marmo livido e splendido, in cui un umano prende forma. Mosè non è  più una statua. È pronto a parlare. Ad alzarsi, con quegli occhi di fuoco.

L’arte, talvolta, arriva prima della scienza.

La sensibilità, prima della ricerca.

Michelangelo Antonioni aveva già compreso il potere del Mosè.

Aveva già compreso che, di fronte a quegli occhi, tutti, tutti, diventiamo muti di splendore e rispetto.

Un genio di fronte a un genio.

Tra l’eco dei passi, nel silenzio misterioso di San Pietro in Vincoli.

Scritto per MIFaccioDiCultura – Artspecialday.com

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