E’ un percorso catartico, la mostra dedicata al Simbolismo, mostra che è stata organizzata l’anno scorso a Palazzo Reale di Milano. Un percorso che si delinea in diverse sezioni, dedicate al dolore dell’Anima, all’Eros, al Peccato, alla Musica, alla Natura. All’ideale di Bellezza, alla Primavera che ritorna.
La Donna: è lei  l’eterna dominatrice e protagonista trasversale di ogni scena. Con le sue ali di carta, gli orizzonti celesti, i fiori a incorniciarla nello Spleen Baudelairiano, le fiamme dell’eros a bruciarla, il mare a sorreggerla e a nascondere i teschi degli uomini da lei uccisi. La natura ad accoglierla. I trittici ad accarezzarla. La Primavera ad esaltarla.

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F. Khnopff, L’Arte o Le Carezze, 1896

Un percorso dantesco, vedo io. L’Inferno con le sue opere a ritrarre l’angoscia esistenziale della vita che si esprime nei suoi volti in estasi tra morte ed eros (Cleopatra di Gateano Previati, 1903).
Il Purgatorio con la coscienza, dell’uomo, di poter comprendere la realtà attraverso i misteri della Vita, dell”Arte, della Musica e della Natura (La Notte Risveglia il Giorno di Gaetano Previati, 1905 ca., Sera di Settembre di Maurice Denis, 1891, L’Eroica di Previati, 1907, L’Arte o Le Caresses, 1896, Fernand Khnopff). Il Paradiso con il ritorno all’ideale più puro di Bellezza, unendone i contrari ed esaltandone la sua unicità e mistero di vita infiniti (Giovanni Segantini, La Dea dell’Amore, 1896 ca., immagine di copertina, La Primavera classica di Galileo Chini, 1914).

Ma ci sono due opere che si stagliano e si allontano da questo percorso chiaro e delineato.

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G. Kienerk, L’enigma Umano, 1900

La prima è il Trittico di Kienerk L’enigma umano (1900), in cui il messaggio è solo uno: la donna è vera in tutte le sue sfaccettature, un mistero continuo non detto e taciuto. E un’altra opera, una sorpresa, per me. Si trova tra le ultime sale, sulla destra, quasi mi stava scappando alla vista.
L’opera si chiama La Vetta o La regina dei ghiacci (1912), ed è di Cesare Saccaggi. Questa è l’opera, l’unica, che descrive realmente cosa accade alla donna nell’epoca storica del Simbolismo, ovvero tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Nelle altre rappresentazioni viene descritta solo come donna angelo o donna fatale, angelo del focolare, o donna peccatrice e tentatrice, donna amabile, o donna serpente ed erotica. Il binomio più antico e forse noioso del mondo.
Quest’opera,  invece, racconta la verità.
Vediamo una donna potente, sicura di sé. La posa rimanda a quella della Giuditta di Gustav Klimt (emblema della femme fatale), ma il voltonon è quello della femme fatale.
L’archetipo è nuovo, innovativo, geniale.
La posa è emancipata, vera. Decisa. Sincera.

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C. Saccaggi, La regina dei ghiacci, 1912

Un ragazzo durante una guida mi ha fatto notare un dettaglio interessante:
– Sembrano le sue sopracciglia (indicando un suo compagno di classe).
È vero. Ho detto. In effetti i lineamenti di questa donna sono maschili. E a lato, invece, un uomo ai suoi piedi striscia chiedendo e bramando, pregando, dimenticandosi della sua dignità, il suo amore. Ruolo questo, ai piedi dell’uomo, sempre dato nella tradizionale iconografia di coppia, alla donna, ritratta spesso ai piedi di una croce, o ai piedi dell’amato, a sottolinearne la sua fragilità e perdita di dignità per amore. Questa immagine maschile, tra l’altro, rimanda iconograficamente a un’altra opera simbolo per eccellenza di potere femminile: La Libertà che guida il Popolo di Eugène Delacroix (Vedi: Il pARTicolare. La Libertà che guida il Popolo).

Anche qui, in Saccaggi,  è l’uomo che perde dignità. Prega e striscia (bellissimo, tra l’altro, nei suoi muscoli tridimensionali e levigati), ricercando lo sguardo di lei: la Regina dei Ghiacci.

E. Delacroix, La Libertà che guida il popolo, 1830, dettaglio iconografico.
E. Delacroix, La Libertà che guida il popolo, 1830, dettaglio iconografico

Lei è l’emblema, vero e veritiero, di ciò che accade nella società alla fine dell’Ottocento per la donna. La donna proprio in questi anni inizia un lungo, infinito ma continuo processo di emancipazione. Poiret toglie i corsetti dagli abiti delle donne. Il corpo femminile inizia a vivere la sua libertà. Alfons Mucha le rappresenta così le donne nei suoi manifesti: non sono femme fatale, sono donne emancipate. Fumano, bevono, e sono il simbolo della modernità e della città nuova e sfavillante. La donna iniziava ad essere se stessa, a ritrovarsi, a uscire da questa eterna lotta dai poli opposti di  donna angelo o donna fatale. La donna ricercava il suo io vero. Nella società. Nel lavoro. Nella quotidianità.
Questa donna, che diventa Natura, diventa Montagna, gelida e sicura, è il simbolo della femminilità emancipata. Con tratti maschili, con quelle sopracciglia maschili, come a delineare un potere nuovo, più mascolino e deciso, nella donna contemporanea all’artista che la ritrae.
Donna che si ritrova, qui, proprio nel tipico, romantico, sentimento panico della Natura.
Ma non dominandola, o essendone dominata.
Semplicemente entrando in lei.
E così, amando e accettando la sua natura stessa.

Aldilà degli stereotipi e degli archetipi da sempre a lei richiesti di rappresentare.

In silenzio.

Scritto per MIfacciodiCultura – Artspecialday.com.

Federica Maria Marrella

Classe 1986. PhD in Comunicazione e Nuove Tecnologie. Il mio lavoro di ricerca si concentra sull’Iconografia Femminile nella Fotografia di Moda Contemporanea. Storica dell’Arte, Educatrice Museale. Docente di Storia dell’Arte. Scrittrice. Curiosa osservatrice. Amante della Poesia e della Musica. Costruttrice attenta e costante di Piccoli Sogni.

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