“Che poesia è questa? Che poesie potrà scrivere un giorno un giovane scrittore nuovo, sballato, chino sulla pagina alla luce della candela per cogliere ogni grigio, misterioso dettaglio della pellicola grigia che ha catturato il vero succo dell’umanità?”

Jack Kerouac su Robert Frank – The Americans, 1958 

Eccomi qui. Una scrittrice di questi tempi che leggendo queste parole trema, nella luce flebile e fredda di una notte di gennaio. Tra le mani Gli Americani di Robert Frank, scatti realizzati dal fotografo svizzero nei 48 Stai Uniti d’America, tra il 1955 e il 1956 (è stata a lui dedicata una mostra un paio di anni fa presso la galleria Forma Meravigli di Milano).
Trema, questa scrittrice di questi tempi, un po’ maldestra, un po’ incostante. Un po’ confusa. Ma sempre presente. Trema perché in queste parole c’è così tanta verità che la verità vera fa tremare, sì. Trema, la scrittrice. Perché c’è, in questi scatti del giovane Robert Frank, c’è una fotografia che ti porta la verità in faccia. Diretta. E arriva e poi si ferma. E ti sembra quella, ma in realtà ti rendi conto che la verità vera è un’altra. 

Trolley, opera, forse la sua più famosa, realizzata nel 1955 a New Orleans, opera in cui viene ritratto un tram. Un tram che viaggia serafico per la sua strada. Davanti, i bianchi. Una donna severissima che sembra ripresa dal bambino impettito, impostato, severo e già adulto, dietro di lei. E poi c’è un’altra bambina che piange tutte le sue lacrime. Dietro, i neri. Un uomo e una donna. La signora è sorridente e guarda dietro di sé. Ma l’uomo. In lui. In lui c’è tutto il dolore del mondo. In quello sguardo così flebile ma acceso. Così duro da sostenere. Così triste, per noi, guardarlo. Ma Robert Frank lo vide e lo fermò. Fu bravo. Fu fortunato, anche. Perché quello sguardo tra un secondo sarebbe andato via e sarebbe stato diverso. Perché un dolore del genere non si può reggere sul proprio volto per troppo tempo.

U. Boccioni, Gli Addii, 1911, Museo del Novecento, Milano.

U. Boccioni, Gli Addii, 1911, Museo del Novecento, Milano

Ma il pARTicolare nell’opera è un altro. Il tram, in realtà, se lo si osserva bene, se lo si osserva con un occhio iconografico e attento, il tram è costruito come un polittico. Un polittico religioso. Con tutta la sua impostazione tradizionale: pannelli, cimasa e predelle.  Al centro, i personaggi principali: due bambini, così diversi nelle loro emozioni. Così sapienti anche se così piccoli. Nei pannelli ci sono loro, gli esseri umani.
Ma sopra e sotto, cosa succede?
Nella cimasa troviamo il mio pARTicolare, quello che Jack Kerouac chiama “ogni grigio, misterioso dettaglio della pellicola grigia che ha catturato il vero succo dell’umanità.” Nella cimasa la gente si muove. Vediamo quello che sta accadendo in quella stazione di tram che il tram sta lasciando. Boccioni li aveva già chiamati, in Italia, qualche decennio prima, Gli Stati d’Animo (1911):Quelli che partono, Quelli che restano. Gli Addii. Che, tra l’altro, è un trittico.

U. Boccioni, Quelli che partono, 1911, Museo del Novecento, Milano.

U. Boccioni, Quelli che partono, 1911, Museo del Novecento, Milano

La parte più vera della fotografia è quella che si intravvede nelle ombre della cimasa. In quelle finestre di cera e pensieri. In quelle finestre di vita e di segni, di colori e di ricordi. Di vento che scaccia emozioni e corpi. Di persone che restano, che salutano, che soffrono. E allora ci par di sentire l’urlo di una donna innamorata, che chiama quell’uomo. E che gli dice che gli mancherà, eccome se gli mancherà. Ma deve andare lui, sì. Lei lo capisce. Capisce che è giusto.  Ma ci sembra di sentire quell’urlo che viene assorbito e che rimbalza sugli occhi di quell’uomo, di quel protagonista di carne e spalle pesanti. Con una mano che scivola nel vuoto. Una camicia di bottoni lucidi e rughe sulla fronte.

Uomini e donne guardano quello spettacolo estremo che noi possiamo solo immaginare. Che intravvediamo lì, sopra quel tram, in quelle ombre di scuro e luce.

U. Boccioni, Quelli che restano, 1911, Museo del Novecento, Milano.

U. Boccioni, Quelli che restano, 1911, Museo del Novecento, Milano

Al centro, quei due bambini.
«Il misterioso dettaglio della pellicola grigia che ha catturato il vero succo dell’umanità».

Avevi ragione tu, Kerouac, a non mettere punti.  A non mettere virgole, o pause.

Quando scrivevi tu era solo fiume che scorre, pensieri violenti. Ironia squilibrata strada bagnata di aurora e tramonto. Quando scrivevi tu, nel dolore delle vene, di un fegato distrutto e di pensieri in un angolo piangenti.

Quando scrivevi tu.

 

Scritto per MIFacciodiCultura – Artspecialday.com  

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