Colori.

Vivi e caldi.

Si stendono sulla tela, lentamente, così che lui, Paul Gauguin, potesse nel mentre, pensare.

Ricordare.

Per lui arte era ricordo e presa di coscienza.

Una calma apparente, che si espone ed esplode, solo a tratti.

Per un istante.

P. Gauguin, Donne sdraiate, 1894

Paul Gauguin, il suo genio e tormento contrastato, sono in mostra più o meno ogni anno. In luoghi diversi, con tematiche diverse. Perché comprendere e affrontare un artista così completo – fu scultore, pittore, scrittore – è sempre difficile. O forse no. Cerco sempre di spiegare che l’arte non sarebbe complessa, se solo si imparasse a guardare profondamente, un po’ come accade nella vita con le persone e con i sentimenti.

Paul Gauguin, io lo chiamo “l’artista del doppio”. Non solo perché era del segno zodiacale dei gemelli, dettaglio divertente e intrigante, ma perché la sua vita fu sempre mossa e traballante, spinta tra forze contrarie. La famiglia (la moglie Mette Gadd e cinque figli) e le sue “avventure tahitiane”; l’amicizia e la stima per Vincent Van Gogh, e il suo desiderio eterno di scappare e viaggiare; l’attrazione per la pittura impressionista, ma allo stesso tempo il suo forte allontanamento da quegli stilemi che lo soffocavano. Il legame con la cultura e la religione europea, e il profondo affetto per la spiritualità primitiva delle popolazioni esotiche da lui tanto ricercate. I suoi viaggi reali – solcò gli oceani, i mari, le strade, per arrivare all’Isola della Martinica, nella Polinesia francese, o anche nella vicina Bretagna che tanto amò, così idealizzata e bucolica – e i suoi viaggi immaginari – le sue opere erano spesso frutto di ricordo o pensiero, mai realizzate en plain air, come gli impressionisti volevano.

E poi, questo contrasto specchiato nelle sue opere. 

Spesso, quasi sempre direi, le sue opere hanno due significati contrapposti. Una tristezza che prevede felicità, contrasti interiori, spirituali e sinceri, come quello rappresentato chiaramente nel suo Autoritratto con Cristo giallo (1890-91).

Tormento che si risolve in calma.

E poi le sue donne. Spesso rappresentate in coppia e in posizioni contrastanti. Una di fronte, l’altra di spalle. Una sdraiata, l’altra statuaria e sicura di sé. 

Le donne e il loro doppio sono anche le protagoniste delle meravigliose zincografie della Volpini Suite (1889). Donne che passeggiano abbracciate, con volti nascosti o con profili di maschera (come si vede nell’opera in copertina). E poi quell’opera così potente, che sembra già un Munch, e che prevede quei ritratti di solitari saltimbanchi che realizzerà da lì a poco Pablo Picasso: La Miseria umana (1889). Qui un uomo e una donna, senza guardarsi, nei loro tratti urlano il dolore e la solitudine umana. Un gioiello di umanità espressa, in un Gauguin spesso caratterizzato da una “calma apparente”.

Verso la fine del percorso di questa mostra c’è un’opera pARTicolare, che sembra così semplice, ma semplice non è.

Due donne, una di spalle l’altra di fronte allo spettatore, sembrano danzare. In un paesaggio verde. Leggendo il titolo si comprende: Pescatrici di alghe (1888-90). Ma la fatica, noi, non la vediamo. E le onde verdi, con quella spuma bianca, rimandano all’Onda (1830-31) di Hokusai (1760 – 1849). Il Giapponismo che Gauguin tanto amava. Il mare è verde. Il cielo è verde. Il realismo qui è sparito, c’è solo il colore espresso dell’anima. E queste due donne: una senza volto, l’altra con una fisionomia solo accennata (fisionomia che, misteriosamente, ricorda quella di una donna orientale. Una donna orientale in Bretagna.)

– Federica. È pazzesco. Questo dipinto è pazzesco. Ha proprio ragione. Due donne, di cui non si vede l’identità precisa. Il volto è solo accennato. Ma i corpi… I due corpi sono strani.- 

Riguardo l’opera attentamente.

Poi, osservo nuovamente il ragazzo di fronte a me. I suoi occhi sono così stupiti e sinceri. Riguardo l’opera ed è come se si mostrasse reale a me, per la prima volta. E le mie parole,  i miei pensieri escono magicamente:

– Guardiamo bene. Il corpo della donna di destra sembra derivare direttamente dal bacino della donna di sinistra. Come se fosse la stessa persona. Come se fosse Eva che nasce da una costola di Adamo. Come se ogni parte di noi non dovesse essere nascosta o denigrata. Come se noi fossimo tante cose, e queste tante cose fossero vere e meritevoli. – 

Alcuni pARTicolari arrivano proprio da noi stessi. Dalle nostre emozioni condivise.

Il doppio che è solo, in realtà, la coscienza della nostra complessità.

Ricordare.

Per lui arte era ricordo e presa di coscienza.

Una calma apparente, che si espone ed esplode.

Anche solo per un istante.

Scritto per MifacciodiCultura – Artspecialday.com

Federica Maria Marrella

Classe 1986. PhD in Comunicazione e Nuove Tecnologie. Il mio lavoro di ricerca si concentra sull’Iconografia Femminile nella Fotografia di Moda Contemporanea. Storica dell’Arte, Educatrice Museale. Docente di Storia dell’Arte. Scrittrice. Curiosa osservatrice. Amante della Poesia e della Musica. Costruttrice attenta e costante di Piccoli Sogni.

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